Il 23-24 gennaio 1998 si è tenuto a Bologna il seminario «Gli
Statuti e la stampa», quinto incontro annuale tra quelli organizzati
dal Comitato nazionale per gli studi e le edizioni delle fonti normative.
È ormai noto come tale comitato abbia avuto origine dal convegno
La
libertà di decidere, tenutosi a Cento (FE) il 6 e 7 maggio 1993
— il primo ad assumere un respiro di comparazione realmente nazionale sul
tema statutario — e si sia poi consolidato coi successivi incontri samminiatesi
e cagliaritani, tanto da divenire un sicuro punto di riferimento per gli
studi in materia [1].
Dopo l'introduzione dei lavori affidata a MARIO ASCHERI, che ha sottolineato
come la vitalità e del comitato si sia riverberata positivamente
tra tutti gli studiosi della materia, ha preso la parola GIORGIO MONTECCHI
con la relazione su I primi statuti a stampa: le procedure tipografiche
di un genere editoriale aperto. Il relatore ha portato un contributo
dal peculiare angolo di visuale di chi si occupa di storia della stampa,
con particolare riguardo alle implicazioni giuridiche insite nella pubblicazione.
Innanzitutto lo statuto, essendo un’opera la cui realizzazione implica
tutta una serie di deliberazioni delle autorità, è tra le
opere a stampa la cui genesi è meglio documentata nei modi e nei
tempi.
Poiché lo statuto si configura come opera collettiva per eccellenza,
peculiare «opera letteraria aperta», la cesura definitiva determinata
dalla chiusura in tipografia diviene un serio problema, non contemplando
in teoria aggiunte e bloccando la dialettica che si sviluppa di continuo
attorno al codice manoscritto: spesso si rimedia con errata corrige
finali che sono, invero, la registrazione di variazioni già intervenute
nell’intervallo di stampa.
Esemplare è il caso degli statuti di Parma editi nel 1494, che
presentano una «introduzione storica» che fa la cronistoria
del procedimento con cui lo statuto è stato avviato alla stampa,
tenendo ben distinti i due momenti della «pubblicazione» ufficiale
produttiva di effetti giuridici, del 12 giugno, e della pubblicazione a
stampa, il 16 settembre successivo. Non così chiara è la
situazione a Treviso, dove le due pubblicazioni sono continuamente confuse
e il tipografo interpreta il suo ruolo di correttore in senso tanto ampio
che gli statuti già stampati e non ancora distribuiti dovranno essere
distrutti; oppure a Modena, dove i tempi di edizione sono assai dilatati
(1547-1550) per le lungaggini dei correttori, lamentate anche dal cronista
Lancellotti, e la circolazione è limitatissima (con una tiratura
di 60-80 esemplari, tra le più basse documentate assieme a quella
degli statuti a stampa di Iesi).
SANDRO BULGARELLI e CARLA FICOLA (Biblioteca del Senato e Archivio
di Stato di Roma) trattando de Le fonti statutarie a Roma, hanno
tracciato le linee della collaborazione avviata tra Biblioteca del Senato
e Archivio di Stato di Roma, conservatori delle principali raccolte statutarie
italiane, al fine di integrare i loro patrimoni e verificare la consistenza
delle raccolte statutarie di altre istituzioni cittadine (di particolare
rilievo si è mostrata, già ad un primo esame, la Biblioteca
Corsiniana).
L’origine della collezione oggi presso l’Archivio di Stato di Roma
va rintracciata, alla fine del XVIII secolo, sotto Pio VI, nella raccolta
statutaria che si venne formando presso la Congregazione del Buon Governo,
prima custodita nei palazzi vaticani, e sottoposta ad un riordino nel 1777;
tutto quanto fu trasferito a Parigi in età napoleonica, rientrò
in età della restaurazione, per essere poi dislocata (dopo il 1830)
nel palazzo della Cancelleria. Ampliata sotto Pio IX, in particolare grazie
alla circolare del 4 maggio 1856 con cui tutti i comuni dello Stato Pontificio
furono chiamati a produrre una copia dei loro statuti (per lo più
copie manoscritte in quell’occasione, ma non mancarono comuni che inviarono
esemplari a stampa e anche manoscritti originali), rimase nel palazzo di
Montecitorio fino al 1870: la Delegazione per gli archivi postunitaria
ne decise poi il trasferimento al nuovo Archivio di Stato di Roma, facendogli
seguire le sorti delle altre carte del Ministero dell’Interno pontificio.
Un nuovo incremento si ebbe nel 1874, quando una nuova circolare che invitava
al conferimento di un esemplare all’Archivio romano, prefigurandone il
ruolo simbolico di luogo di sintesi nazionale, trovò accoglienza
diseguale (giunsero in quell’occasione 155 redazioni statutarie, tra cui
22 manoscritti). A tutt’oggi, anche per l’acquisto in prosieguo di tempo
di diversi fondi speciali, la collezione di statuti dell’Archivio di Stato
di Roma conta circa 2.000 esemplari, di cui 799 manoscritti: fondamentale
strumento di corredo è ancora il catalogo a stampa redatto da Ottorino
Montenovesi [2].
Più noto è il percorso attraverso cui si è venuta
formando la raccolta di statuti della Biblioteca del Senato, nata nel 1870
e continuamente accresciuta per acquisti e donazioni (di particolare rilievo
il «fondo austriaco» acquisito nel 1925, relativo alle terre
recuperate alla sovranità italiana dopo la Prima guerra mondiale,
e il fondo Malvezzi, acquisito nel 1935), fino a raggiunge l’attuale consistenza
di circa 3.600 edizioni a stampa (di cui 38 incunaboli) e di 750 manoscritti,
contenenti anche circa 300 esemplari «doppi».
Gli acquisti sul mercato antiquario — compatibilmente con le disponibilità
economiche e con l’andamento del mercato — e le donazioni continuano ad
incrementare la collezione, al ritmo medio di circa 50 nuove accessioni
l’anno: tra le acquisizioni più rilevanti avvenute nel corso del
1997 si segnalano gli Statuti di Volterra in copia manoscritta del XV secolo
e quelli di Campiglia Marittima, in copia settecentesca della redazione
del 1596. Di tutto ciò dà conto il Catalogo [3],
giunto alla lettera «S» col VII volume nel 1990, e di cui è
alle viste l’uscita dell’ottavo volume, dedicato alle lettere «T-U».
In particolare per quanto riguarda i primi risultati del progetto comune
di indagine sulla consistenza degli statuti conservati presso le altre
istituzioni culturali romane, una vera sorpresa è stata rappresentata
dalla Biblioteca Casanatense, dove sono stati reperiti circa 300 tra manoscritti
ed edizioni antiche a stampa di statuti territoriali, di corporazioni e
di congregazioni non soltanto laziali: un patrimonio insospettato in una
biblioteca di Domenicani, talché sarebbe interessante approfondire
le ragioni di un simile interesse.
Sotto la presidenza di MARIO SBRICCOLI, la seduta è proseguita
con l'intervento di ENNIO SANDAL su La tipografia bresciana del ’400
e la committenza statutaria, che ha illustrato come una congiuntura
favorevole agevolasse l’introduzione precoce della stampa a Brescia fin
dal 1471 (precocità inattesa per una città decentrata, che
non aveva né il titolo di capitale né di sede accademica)
e ha seguito caratteri e vicende delle undici edizioni statutarie stampate
dalle tipografie bresciane: tra queste risaltano le due edizioni degli
statuti civilia e criminalia della città (la prima
di Tommaso Ferrando del 1472-1473, è forse la prima edizione statutaria
a stampa in senso assoluto in Italia; la seconda del 1490), entrambe iniziative
autonome senza traccia di competenza pubblica, e gli Statuta comunitatis
Bergomi del Britannico, del 1491 (edizione nata probabilmente come
iniziativa autonoma poi acquisita dal comune per patti intercorsi, a seguiti
dei quali la comunità di Bergamo nominò dei deputati alla
vendita degli statuti «noviter impressi», stabilendo anche
due tariffe diverse per gli esemplari editi «parvae formae»
e per quelli «professionali» destinati ai giuristi).
Rilevanti sono poi anche le edizioni del 1494 di Crema (di committenza
pubblica), del 1495 di Cremona (sia della città che dell’Università
dei mercanti), del 1498 degli Instituta vallis Camonicae e l’edizione
degli Statuta civitatis Placentiae, così dislocata geograficamente,
priva di indicazioni tipografiche.
AGOSTINO CONTÒ con la relazione ‘Stampadi in lengua’. Tipografia
quattrocentesca e Statuti in volgare, ha delineato un panorama della
genesi e dei moventi delle edizioni di statuti in volgare, verificando
come tra le ventisei editiones principes conosciute soltanto tre
siano in volgare (gli statuti di Venezia del 1477 e del 1492, le Costituzioni
della patria del Friuli del 1484 e gli statuti di Ascoli del 1496),
e ciascuna rechi alla sua origine motivazioni peculiari, dalla lunga consuetudine
del veneziano come lingua «ufficiale» e di diritto, alla contrastata
scelta del volgare trevigiano per il Friuli, che ebbe la meglio sulla troppo
colta lingua toscana e sulla non omogenea lingua friulana.
AUGUSTO VASINA ha poi presentato il I volume del Repertorio degli
statuti comunali emiliani e romagnoli (secc. XII-XVI) [4],
relativo alla Romagna e al Bolognese, che si inserisce nel nuovo clima
di rinato interesse per le fonti statutarie, caratterizzato in senso innovativo
dall’apporto, accanto e oltre ai tradizionali operatori studiosi del diritto,
degli storici
tout court di formazione medievistica e modernistica.
Il progetto, che si è avviato nel 1992 nell’ambito del Dipartimento
di Paleografia e Medievistica dell’Università di Bologna e si è
avvalso della collaborazione di una trentina di studiosi che si sono occupati
della redazione delle schede, ha inteso proporsi innanzitutto come strumento
flessibile pensato da storici e per gli storici, per cui si è preferito
tralasciare i tradizionali criteri di pubblicazione delle schede
in ordine alfabetico o per ambiti provinciali, privilegiando il loro raggruppamento
per aree geostoriche ben riconoscibili, funzionale alla ricostruzione dei
quadri territoriali comunali cittadini e delle statualità regionali
o subregionali signorili (in particolare la Romagna Toscana e la Romagna
estense).
Ogni scheda, intitolata alla località in oggetto, si apre con
il titolo (originale o successivo) della redazione statutaria, seguita
dalla ricostruzione della cronologia redazionale e dall’individuazione
del suo ambito territoriale di pertinenza, con il riferimento ad eventuali
testimoni statutari perduti; segue poi una analitica descrizione contenutistica
di ogni singola redazione, con: l’edizione di incipit, explicit
ed eventuale proemio; l’articolazione tematica dello statuti in libri e
— nel caso di testi inediti — l’edizione del rubricario, quando si presenti
di dimensioni contenute (mentre i rubricari più ampi sono stati
destinati alla pubblicazione nei «Quaderni» della collana «Fonti
e saggi di storia regionale» coordinata dallo stesso Vasina) [5].
Infine chiudono le schede l’illustrazione della fortuna manoscritta
e a stampa di ogni redazione, con l’individuazione di ogni testimone che
sia stato possibile individuare e una bibliografia analitica, articolata
in repertori e studi.
Il primo volume (così come avverrà per il secondo, relativo
al territorio dell’Emilia occidentale e del Ferrarese), è dotato
di una carta geostorica che dà conto della distribuzione territoriale
delle redazioni statutarie, la cui presenza tutt’altro che uniforme (basti
pensare al «vuoto» che si presenta intorno a Bologna, o, al
contrario, all’addensarsi di redazioni statutarie del territorio Riminese,
è già un ulteriore contribuito ad uno studio su di un piano
comparativo e su base territoriale degli statuti emiliani e romagnoli.
MATTEO VILLANI con la relazione Luca Bini, tipografo di statuti
umbro-marchigiani. Considerazioni sui rapporti tra un tipografo ‘errante’
e le autorità committenti. 1541-1566, ha ripercorso le tracce
della «carriera» dello stampatore Luca de Binis, di origine
mantovana ma ben presto emigrato per intraprendere la carriera di stampatore
itinerante (già nel 1527 è attestato a Venezia, dove stampa
un breviario per le monache di Santa Caterina), attivo soprattutto per
incarichi «ex publico decreto» tra Umbria e Marche: nel 1541
sono documentate trattative per trasferirsi a Foligno, in concorrenza con
il tipografo locale Cantagalli; nel 1542-1543 è a Spoleto, nel 1545
a Cascia; nel 1546 di nuovo a Spoleto; dal 1547 al 1550 è ad Amandola,
dove stampa gli statuti. Passato nelle Marche, vi rimane continuativamente,
tra Macerata, Iesi, Montegranaro e Tolentino — dove fu anche bidello dello
Studium
— fino alla morte, nell’agosto del 1568.
Caratteristiche di Luca Bini furono alcuni modelli a cui si attenne
per tutta la sua attività di stampatore: usò quasi sempre
lo stesso carattere (il romano) e lo stesso formato (in folio);
figurò sempre soltanto nel colophon, senza usare marche tipografiche.
MARIA GIUSEPPINA MUZZARELLI con la Presentazione del progetto di
costituzione di un ‘Centro di studi sulle normative suntuarie’, ha
esposto il progetto per la costituzione di un centro di studi sulle normative
suntuarie, che si propone di far compiere un salto di qualità a
un settore di studi oramai ben consolidato, nell’ambito degli studi di
storia sociale che si occupano del disciplinamento.
La quantità di informazioni sulla società, sulle sue
stratificazioni, sul concreto «pensiero materiale» che le legislazioni
suntuarie possono fornire non hanno orami bisogno di ulteriori conferme:
essenzialmente quel che ci si propone è una chiamata a lavorare
assieme rivolta a tutti coloro che siano interessati alla individuazione,
alla repertoriazione, alla trascrizione e all’edizione delle norme suntuarie,
dei bandi, delle deliberazioni e di tutte le altre fonti (e le fonti statutarie
sono certamente molto rilevanti tra queste): dopo i primi contatti (il
primo incontro, annunciato in questa sede, si è tenuto a Bologna
il 9 marzo seguente), si passerà alla definizione degli ambiti cronologici
(verosimilmente dal XIII al XVI secolo compresi) e geografici da rendere
oggetto di indagine, e degli obiettivi da prefiggersi: la costituzione
di una bibliografia aggiornata sui suntuaria, soprattutto attraverso
il recupero delle molte pubblicazioni a circolazione limitata prodotte
alla fine del XIX secolo (soprattutto pubblicazioni d’occasione per nozze)
oppure edite su riviste locali, ovvero delle tesi di laurea, e il censimento
esaustivo delle fonti area per area, che potrà portare a giornate
di studi per il confronto sui problemi, la definizione di metodologie e
lo scambio di informazioni, ed eventualmente anche ad una collana di quaderni
tematici: tutto quanto potrà portare ad una lettura della storia
d’Italia «sub specie provisionarum contra vanitates et pompas».
Alla conclusione della seconda giornata, si sono avute le oramai consuete
comunicazioni dei referenti regionali del gruppo, che hanno aggiornato
sulla situazione generale dell’avanzamento degli studi statutari nel loro
ambito regionale di competenza, e in particolare hanno riferito su eventuali
studi ed iniziative locali relative al tema specifico delle giornate sui
rapporti tra statuti e stampa.
FRANCESCO PANERO ha illustrato una situazione, come quella del Piemonte,
in cui spesso la fortuna delle edizioni a stampa cinquecentesche di statuti
si può spiegare anche come una forma di risposta delle comunità
al rafforzamento del potere sabaudo: vi sono casi, come quello di Mondovì,
dove le edizioni a stampa comportano modifiche anche sostanziali, con o
senza l’autorità dei Savoia a verificare. Ma in Piemonte la vita
degli statuti sarà condizionata dall’introduzione di bandi politici
e campestri pubblicati dai Savoia, che ridurranno il vigore degli statuti
alla materia successoria e ne condizioneranno fortemente la fortuna politica
ed amministrativa e, di conseguenza, anche quella editoriale.
RODOLFO SAVELLI ha tracciato un panorama dove, su ben 77 edizioni a
stampa liguri, appare chiaro l’assoluto rilievo da un lato dell’editoria
statutaria genovese, dall’altro delle comunità di insediamento signorile.
L’attività tipografica statutaria in Liguria, comunque, comincia
tardi e non senza contraddizioni: la prima edizione degli statuti genovesi,
stampata nel 1498 a Bologna, per motivi ancora da ricostruire risultò
veramente poco pregevole, al punto da essere spesso glossata negativamente
a margine dai giurisperiti utilizzatori. Quando le edizioni statutarie
assumeranno i crismi di ufficialità, i tipografi che si susseguiranno
nel ruolo di stampatori ufficiali lavoreranno sempre in regime di monopolio
(pattuendo il privilegio di stampa in cambio della pubblicazione d’ufficio
delle normative cittadine) ed affiancheranno sempre alle edizioni ufficiali
molte edizioni «da bisaccia», cioè in piccolo formato
«tascabile», fondamentali per l’uso dei giurisperiti ma che
non mancano mai negli inventari delle biblioteche patrizie, a testimonianza
della maggiore coscienza dello statuto che si ha in uno «stato repubblicano».
CLAUDIA STORTI STORCHI ha illustrato come le pubblicazioni recenti
sugli statuti a stampa in area lombarda siano per lo più relative
a problemi particolari di zone riconducibili all’influenza veneziana; da
approfondire sarebbe l’importante caso di Como, il cui statuto sforzesco
del 1458 non fu mai dato alle stampe a seguito di peculiari vicende.
DONATO GALLO ha esposto la situazione del Veneto in cui, mentre continua
felicemente l’opera di edizione del Corpus statutario delle Venezie
coordinato da Gherardo Ortalli, non è invece alle viste alcun progetto
di repertoriazione, forse neanche proponibile per una realtà vasta
come quella veneta. Per quanto riguarda la situazione delle edizioni a
stampa, gli studi sono ancora in buona parte da fare; una prima indagine
sembrerebbe proporre una stratificazione dell’attività tipografica
statutaria delle città venete in tre fasi: una prima fase, dall’introduzione
della stampa al 1550 circa, in cui tutte le città — e le «quasi
città» più importanti (Bassano, Legnago) — accedono
alla stampa degli statuti; una seconda fase interlocutoria e una terza
fase di netta ripresa a partire dal ‘600. Questo fatti salvi tutti i distinguo
e le cautele a cui deve indurre la tradizione a stampa veneziana.
DONATA DE GRASSI ha illustrato come la vicenda della stampa di fonti
normative nel territorio friulano sia condizionata dalle particolari vicende
istituzionali della terra, dove la pur intensa attività di revisione
delle normative a ridosso della conquista veneta poi viene congelata senza
ulteriori possibili sbocchi, e restano protagonisti dell’universo normativo
le ordinanze della Serenissima: perciò si ricorre alla stampa per
lo più per queste e per le costituzioni di valore generale per tutta
la Patria del Friuli. L’edizione a stampa e volgarizzamento di Pietro
Capretto si dovrà porre il problema linguistico e sceglierà
il volgare «trevisano», scelta linguistica e politica al tempo
stesso, che definisce il friulano troppo poco normalizzato e non tecnico,
ma evita pure il veneziano, che da lungo tempo aveva pur elaborato un suo
ampio ed efficace lessico tecnico nel campo giuridico come lingua «ufficiale»
della Serenissima.
ENRICO ANGIOLINI ha ricordato come evento più qualificante per
gli studi statutari emiliano-romagnoli degli ultimi anni l’uscita del I
volume del Repertorio degli statuti comunali emiliani e romagnoli,
già illustrato da Augusto Vasina il giorno prima; quindi ha concentrato
la propria attenzione sul tema centrale del seminario (la presenza edizioni
di codici statutari originariamente editi a stampa) e rilevato come, se
già nel territorio dell’attuale Emilia Romagna sono poche le edizioni
a stampa in generale — per la stessa Bologna la redazione del 1454 ebbe
soltanto diverse edizioni parziali degli statuta civilia e criminalia
ed infine l’edizione «rubricis non antea impressis aucta» di
Filippo Sacchi (Statuta civilia et criminalia civitatis Bononiae)
soltanto nel 1735-1737 —, quelle redatte per essere originariamente ed
ex novo edite a stampa sono ancor di meno, in buona sostanza per il «congelamento»
della situazione istituzionale delle città emiliane e romagnole
sotto l’antico regime, che rende spesso non necessari interventi di rifacimento.
L’unico studio specificamente rivolto alle tematiche della redazione
e dell’edizione statutaria originariamente a stampa è stato quello
di Pier Giorgio Bassi sul tentativo di riforma dello statuto cittadino
a Faenza negli anni dal 1598 al 1611 [6],
in cui sono state seguite puntualmente le vicende di una nuova redazione
statutaria faentina deliberata dal consiglio il 3 aprile 1598 e mai giunta
in porto.
FRANCESCO SALVESTRINI ha seguito le tracce di un rapporto statuti-stampa
che in Toscana si è consolidato via via fino a diventare uno dei
segni di riconoscimento della propria «identità urbana»:
non a caso si sono impegnate in edizioni anche precoci comunità
che si definirebbero «minori», mentre non si sentito certo
il bisogno di pubblicare gli statuti di Firenze fino al XVIII secolo.
MARIA GRAZIA NICO e PATRIZIA BIANCIARDI hanno fatto il punto della
situazione per l’Umbria: già il repertorio da loro curato aveva
molto opportunamente indicato metodicamente la cronologia delle edizioni
a stampa e, in più, le copie individuate presso le principali biblioteche
tramite i loro cataloghi. Così si vede come il grande successo della
stampa statutaria in Umbria si situi nella prima metà del XVI secolo,
quando pressoché tutte le principali città umbre mandano
a stampa i loro statuti: da Perugia a Norcia, da Assisi a Città
di Castello, da Spoleto a Cascia e a Todi. Particolare rilievo ha la vicenda
di Trevi, che nel 1470 fu la prima città umbra a ospitare una stamperia,
ma che rimase l’unica città a non avere una sua edizione integrale:
venne stipulato un contratto con i fratelli Cantagalli, per la stampa di
50 copie a uso di tecnici del diritto e di 10 per la comunità, ma
i lavori di revisione andarono così per le lunghe che si giunse,
nel 1563, alla stampa del solo primo libro.
FRANCESCO SENATORE ha portato la testimonianza del gruppo di studio
che, facendo capo a Giovanni Vitolo, ha portato alla costituzione di un
centro interuniversitario per la storia delle città campane che
intende prossimamente occuparsi anche degli aspetti delle fonti statutarie;
purtroppo il materiale raccolto dallo sfortunato precedente del censimento
sulle fonti statutarie campane promosso dal C.N.R. negli anni ‘60 non risulta
oggi più reperibile.
OLIVETTA SCHENA è tornata sulla «atipicità»
della situazione sarda, dove tra le poche fonti statutarie soltanto una
(gli statuti di Sassari) ha una sua tradizione manoscritta, e soltanto
quella importantissima e assai peculiare fonte normativa che è la
Carta de Logge del regno d’Arborea, estesa nel 1421 a tutta la Sardegna,
ha una vicenda di edizioni a stampa, dall’incunabolo privo di colophon,
datato al 1480 circa e stampato in Sardegna da un tipografo itinerante,
alle fondamentale edizioni con Commentaria et glossa di Girolamo
Olives.
DANIELA NOVARESE ha riferito di un’altra situazione storico-istituzionale
peculiare come è quella della Sicilia, dove i testi normativi consuetudinari
hanno minor rilievo e le città sanno che le funzioni di vero «statuto»,
di testo su cui le comunità possono fondare la propria vita, sono
compiute piuttosto dalle raccolte di privilegi contrattati coi sovrani.
In questo senso la mancata stampa delle consuetudini delle città
siciliane ha un significato politico, per la loro assoluta mancanza d’interesse:
a parte le edizioni di Palermo del 1478 e di Messina del 1498, di committenza
neanche direttamente «pubblica», per trovare nuovo interesse
alle edizioni di fonti normative siciliane bisognerà aspettare direttamente
l’Ottocento, nell’ottica della ricerca storica a partire da La Mantia.
SANDRO NOTARI, a fronte dell’emergente interesse per gli statuti di
enti a base territoriale sviluppatosi a partire dagli incontri samminiatesi
del 1994-1995, ha focalizzato l’attenzione in particolare sugli statuti
corporativi, per cui si propone l’iniziativa di una raccolta bibliografica
specializzata per il biennio 1996-1997, e il confronti su eventuali progetti
nazionali più ampli di censimento, ricordando come già nel
1930, in altra temperie storica, Carlo Guido Mor, avesse già avanzato,
in occasione del 1° congresso nazionale di studi sindacali e corporativi,
un progetto di raccolta di queste fonti.
A conclusione dei due giorni di studio e confronto, GIAN MARIA VARANINI,
ha presentato la prima realizzazione concreta del gruppo, la Bibliografia
statutaria italiana (1985-1995), rassegna retrospettiva del decennio
[7]
edita per gli auspici, oltre che dello stesso Comitato per gli studi
e le edizioni delle fonti normative, del Centro studi sulla civiltà
del tardo medioevo di San Miniato e della Biblioteca del Senato
della Repubblica, che ha assicurato — per il tramite di Sandro Bulgarelli
— un fondamentale appoggio a questa realizzazione.
Tra le finalità individuate negli incontri precedenti era stata
riconosciuta primaria quella di dotarsi di uno strumento quale una sicura
bibliografia retrospettiva, strumento di ricerca e occasione di meditazione:
le bibliografie fanno rileggere trasversalmente il pubblicato, rendono
riconoscibili correnti altrimenti non visibili. Ora tale fine è
stato raggiunto, grazie al fondamentale sostegno anche economico della
Biblioteca del Senato e della persona di Bulgarelli, all’indefessa cura
redazionale dello stesso Varanini, di Giuliana Albini, e al coordinamento
da parte di Rolando Dondarini che ha raccordato il lavoro dei referenti
regionali col gruppo di lavoro bolognese, in cui si sono avuti gli apporti
decisivi di Maria Venticelli, di Maria Pia Cesaretti e di Giancarlo Benevolo.
Il gruppo redazionale, consapevole delle difficoltà di dominare
materiali cosi ampli, ha deliberatamente scelto di tenere un profilo «basso»,
limitandosi a uniformazioni tipografiche, ed astenendosi dall’accompagnare
le citazioni con schede descrittive molto approfondite; tra le altre considerazioni
di merito, si è confermata l’inevitabilità, pur nella sua
convenzionalità, della ripartizione delle voci sulla base delle
attuali ripartizioni amministrative.
L’esistenza, finalmente, di un ampio repertorio di bibliografia statutaria,
consente ora tutta una serie di letture «trasversali» della
produzione storiografiche che sono un vero e proprio esercizio di «storia
della storiografia» contemporanea, permettendo di riconoscere indirizzi
predominanti, omissioni, linee di tendenza: come la conferma che la maggiore
spinta allo studio delle fonti normative nell’ultimo decenni è venuto
spesso da appuntamenti organizzati alla periferia della «città
degli studi» (dove si sono tenuti i convegni più rilevanti,
come a Ferentino, ad Albenga e a Cento); la mancanza in molte aree di repertoriazioni
analitiche sul modello di quelle umbre o emiliano-romagnole, che sono vere
e proprie storie del territorio «per viam statutorum», mentre
c’è ancora molto da fare per le tante edizioni locali spesso prive
di ogni contestualizzazione. E se cresce l’attenzione per i testi più
tardi, e per i testi aggiunti e collaterali, il settore degli statuti di
arti, corporazioni e confraternite resta purtroppo ancora molto sacrificato.
Venendo ai dati quantitativi, la Bibliografia dà conto
di ben 1268 citazioni bibliografiche di tutte le aree regionali italiane
e di quelle aree che, pur esterne all’attuale territorio italiano, hanno
avuto strette relazioni storico-istituzionali con questo (la Corsica, la
Svizzera italiana, l’Istria e Dalmazia); di grande importanza anche l’appendice
contenente 75 nuove accessioni antiquarie della Biblioteca del Senato della
repubblica, e gli indici analitici curati da Maria Venticelli.
La limitazione cronologica che si è imposta all’opera, che si
arresta al 1995, è anche un obbligo morale per tutti i collaboratori
a mettere fin d’ora sul tavolo l’ipotesi di un prolungamento nel futuro
di questa esperienza.
A conclusione di due giornate dense e feconde, Rolando Dondarini ha
illustrato gli appuntamenti futuri del gruppo nazionale: Ferrara
2000 sugli statuti signorili, L’Aquila 2001 su confronto tra Nord e Sud,
Cosenza 2002.